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Numero 5(50)
Un thriller finito in commedia
La Svizzera ha chiuso “il caso Borodin” senza riuscire a provare nulla

    Il 5 marzo è stata ufficialmente dichiarata la cessazione della causa penale a carico di Pavel Borodin, l’ex direttore dell’ufficio amministrativo del Presidente della FR, oggi segretario statale dell’Unione Russo-Bielorussa. La dichiarazione riguarda anche gli altri imputati coinvolti nella causa di Borodin.
    Il caso di Borodin è stato chiuso dagli organi tutori della legge svizzeri con la stessa imprevedibilità con la quale avevano iniziato i relativi provvedimenti attivi. Va forse ricordato che Borodin era stato arrestato all’aeroporto di New York quando, a gennaio dell’anno scorso, era arrivato negli USA per la cerimonia d’insediamento del nuovo Presidente. Era seguita la reclusione nella prigione di Brooklin, in cui l’alto funzionario russo era rimasto fino al 12 aprile 2001, giorno in cui era stato estradato in Svizzera. L’ambientazione di Borodin alle carceri svizzere, del resto, non era durata tanto: i suoi avvocati erano riusciti ad ottenere la liberazione dell’ex direttore dell’ufficio amministrativo, su pegno di circa 3,5 milioni di dollari, e a patto della promessa di presentarsi agli interrogatori alla prima chiamata. Borodin non aveva mai mancato alla promessa: arrivava puntualmente a Ginevra dove, con la stessa puntualità, per tutta risposta alle domande del giudice istruttore serbava il silenzio.
    La magistratura svizzera si è interessata a Pavel Borodin in seguito alle indagini sugli abusi avvenuti nel corso della ricostruzione del Cremlino di Mosca. Secondo la versione originale della Procura svizzera, l’azienda “Mercata Trading”, partner dell’azienda “Mabetex”, principale appaltatrice della ricostruzione del Cremlino, avrebbe ricevuto, durante la realizzazione del progetto, una enorme commissione di 60 milioni di dollari. Quei soldi, secondo gli investigatori svizzeri, sarebbero stati prima registrati, per il riciclaggio, presso le banche off-shore, e trasferiti poi sui conti degli altolocati funzionari russi “capeggiati” dal signor Borodin. Quelle operazioni erano state interpretate come tangenti fornite da Bedget Pacolli per la concessione di contratti vantaggiosi. Gli svizzeri, tutto sommato, non ne sarebbero stati disturbati più di tanto, ma, secondo le loro informazioni, quei mezzi arrivavano su conti di cittadini russi in Svizzera, il che è stato qualificato come “riciclaggio” dei soldi: un reato grave, secondo le leggi locali.
    Lo stesso Borodin e i suoi avvocati stanno ancora pensando se devono accettare tale punto di vista (significherebbe che lui riconosce di aver riciclato soldi per l’ammontare di 38 milioni di franchi svizzeri e che è obbligato a pagare una multa di 175 mila dollari), o impugnare la sentenza emanata. Gli avvocati russi di Borodin insistono che non è corretto parlare di colpevolezza di Borodin, dato che solo la corte può riconoscere colpevole una persona, mentre in questo caso il processo non ha avuto luogo, ed esiste solo la sentenza del procuratore. La parte russa assicura che il procuratore del cantone di Ginevra ha preso la decisione di multare Borodin solo per non sfigurare del tutto (non avendo trovato alcuna prova seria di colpevolezza dell’ex direttore dell’ufficio d’amministrazione del Presidente russo). Gli svizzeri invece sostengono che sono stati costretti a limitarsi ad una multa perché, anzitutto, subivano pressioni inaudite da parte delle autorità russe, e poi perché non è possibile “conseguire la condanna solo per il riciclaggio dei soldi, operato in Svizzera, se alla sua base ci sono reati compiuti in Russia”.
    Anche rispetto ad altri accusati nell’ambito del “caso Mabetex”, il capo della società “Mercata trading”, Viktor Stolpovskikh, e il dirigente della società “Mabetex”, il procedimento penale è stato chiuso senza alcuna sanzione nei loro riguardi. E’ saltato fuori, del resto, che il tema russo nell’attività della magistratura svizzera è affatto chiuso. Nei mass media sono già comparse informazioni secondo le quali Bernard Bertossa si sarebbe interessato ad alcuni affari di Andrei Vavilov, l’ex vice ministro della finanza, sospettato di aver operato macchinazioni con 1,5 miliardi di dollari del debito dell’Angola (ci sarebbero motivi per credere che quei soldi, invece di integrare il budget russo, siano stati indirizzati alla campagna elettorale di Boris Eltsin). E’ probabile, quindi, che prossimamente la Svizzera ci faccia godere un altro “thriller” sui funzionari russi truffatori.

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