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Numero 10(90)
L’Europa critica l’operato
russo in Cecenia


    Nonostante la tragedia di Beslan abbia sconvolto e inorridito tutto il mondo civilizzato, e abbia portato quest’ultimo a schierarsi a favore della Russia nella sua lotta al terrore, non si sono avverate le aspettative delle autorità e dei militari, secondo i quali “dopo Beslan” l’Europa doveva finalmente chiudere un occhio su quanto succedeva in Cecenia e smettere di criticare aspramente l’esercito e i servizi segreti russi.
    In ottobre la politica cecena di Vladimir Putin ha subito critiche pesanti da parte delle strutture governative europee. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, alla sua sessione del 4-8 ottobre, ha tenuto udienze sulla situazione nella Repubblica Cecena, mentre il 14 ottobre la Corte Europea per i diritti umani ha cominciato a prendere in esame le prime denunce arrivate dalla Cecenia. All’Assemblea dell’APCE sono state tenute tre relazioni sui diritti umani in Cecenia, sulla situazione politica nella repubblica e sulla situazione dei profughi.
    Ha particolarmente irritato i rappresentanti russi presso l’APCE la relazione e la bozza di risoluzione presentata da Rudolf Bindig sui diritti umani in Cecenia. Il disappunto in questo caso è ben comprensibile, visto che la relazione comincia con le parole: “La situazione dei diritti umani nella Repubblica Cecena rimane disastrosa”. E il messaggio della risoluzione proposta da Bindig è questo: dal punto di vista dei diritti umani, negli ultimi diciotto mesi in Cecenia non si è verificato alcun miglioramento. Anzi, secondo il relatore, la situazione sarebbe decisamente peggiorata. Sarebbero state adottate nuove, deprecabili soluzioni punitive, come la presa in ostaggio dei parenti dei guerriglieri, le persecuzioni nei confronti di coloro che hanno presentato istanze alla Corte Europea per i diritti umani, e infine, violazioni clamorose dei diritti elettorali dei cittadini, al referendum per la Costituzione nel 2003 e alle elezioni presidenziali nel 2003-2004. In sintesi, la relazione di Bindig diceva: nella repubblica “prevale l’impunità”, dovuta al fatto che “i dirigenti degli organi preposti all’ordine pubblico tuttora non vogliono o non sono in grado di far causa alla stragrande maggioranza delle persone colpevoli di aver violato gravemente i diritti umani”.
    Di conseguenza l’APCE ha approvato una mozione durissima che obbliga la Russia ad eliminare “tale clima di impunità” nella Repubblica Cecena. Inoltre, l’APCE ha invitato la Duma di Stato a “formare urgentemente una commissione parlamentare che conduca indagini sulle accuse di violazione dei diritti umani mosse nei confronti di diversi organi del potere esecutivo”.
    Dopo la relazione di Bindig, quella “politica” preparata da Andreas Gross non ha suscitato particolari obiezioni da parte della delegazione russa. Questo anche perché la mozione su quest’ultima relazione ha suggerito alle autorità una proposta abbastanza vantaggiosa per la Russia. Si tratterebbe di ridurre la composizione della situazione cecena a “l’organizzazione da parte delle autorità cecene, di un convegno sulla ricerca di metodi atti al reintegro nella società degli agitatori del conflitto in Cecenia, oppure allo sviluppo di strategie efficaci mirate alla lotta alla trasgressione della legge”. La proposta di Gross di creare una “tavola rotonda” che effettui il monitoraggio della situazione in Cecenia è stata integrata da una correzione da parte della delegazione russa, la quale vieta di includere persone che “rifiutano di riconoscere l’integrità territoriale della Federazione Russa e dichiarano che il terrorismo sia un metodo valido per raggiungere determinati obiettivi”. In tal modo, dal dialogo verrebbero subito esclusi tuti i gruppi secessionisti, dai moderati ai radicali, e il potere continuerebbe a dialogare con sé stesso.
    Quanto alla Corte Europea per i diritti umani, oggi a Strasburgo si prendono in esame sei cause intentate dagli abitanti della Cecenia, i quali accusano la Russia della violazione dei loro diritti inalienabili: quello alla vita, quello relativo all’inammissibilità delle torture e al trattamento disumano, nonché il loro diritto a mezzi efficienti di difesa legale nei confronti degli organismi statali. La Corte Europea attualmente sta affrontando circa trenta cause analoghe, mosse da circa settanta istanze. Qualora la Corte emani sentenze a loro favore, la Russia sarà costretta a pagare a queste persone risarcimenti considerevoli, e la sua immagine in Occidente ne rimarrà notevolmente lesa. In Russia intanto è scoppiato uno scandalo clamoroso riguardante le trattative con il leader dei separatisti Aslan Maskhadov. L’Associazione dei comitati delle madri dei soldati ha presentato una proposta a Maskhadov relativa alla conduzione di un negoziato in territorio neutrale. Le madri dei soldati, in quanto parte lesa dal conflitto, hanno anche formalmente il diritto, secondo la Convenzione di Ginevra, di prendere parte a tali trattative. Maskhadov, per bocca del suo portavoce Akhmed Zakaev, residente a Londra, ha subito accettato l’idea del Comitato, la quale gli avrebbe dato la possibilità di far parlare di sé e di legittimarsi in qualche modo.
    La proposta del Comitato delle madri dei soldati ha suscitato reazioni completamente diverse nei “patrioti statalisti”, che sono a favore della guerra ad oltranza sino alla vittoria. Viktor Alksnis, il deputato della Duma di Stato che rappresenta l’alleanza “Rodina”, ha criticato duramente l’iniziativa delle madri dei soldati, sostenendo che la loro attività sarebbe finanziata da soldi arrivati dall’estero e starebbero adempiendo a disposizioni impartite dall’Occidente mirate all’indebolimento della capacità difensiva della Russia (in questo modo ha “rianimato” la favola, nata al tramonto dell’Unione Sovietica, sugli “agenti di influenza della CIA”). “Non si può assolutamente trattare con l’assassino di uomini e bambini russi”, ha detto Alksnis. “Cercare di contattare un aggressore è come andare in cerca di un cocodrillo, sperando che ti mangi per ultimo. Non l’ho detto io, l’aveva detto Churchill nel 1938, quando l’Occidente aveva cercato di adulare Hitler”. Il deputato ha anche promesso di ottenere un controllo delle fonti di finanziamento dell’Associazione dei comitati delle madri dei soldati.
    Ognuno poi che osa esporre sul conflitto ceceno un punto di vista diverso da quello “statale”, viene subito annoverato fra i membri de “la quinta colonna” e fra i “complici del terrorismo”. Così, alla fine di ottobre la metropolitana di Mosca era tappezzata di foto, incollate ovunque, dei leader di opposizione Khakamada, Glaziev, Ryzhkov, insieme a Berezovskij e Bassaev. Sotto le foto si leggeva la scritta: “I partecipanti alle trattative, mirate alla distruzione della Russia”.
    Continuano anche i tentativi di bloccare le informazioni sulle vicende cecene. Le autorità di Mosca hanno fatto di tutto per ostacolare lo svolgimento del comizio antimilitarista sulla Piazza Puskin, svoltosi il 23 ottobre e organizzato dall’opposizione democratica, dal “Comitato-2008” e da alcune organizzazioni umanitarie. La prefettura ha dichiarato che la proiezione degli spot sulla guerra potrebbe provocare dei pogrom di massa, simili a quello della Piazza del Maneggio di due anni fa. La piazza è stata circondata dai poliziotti, all’entrata della piazza è stato costruito un recinto lungo il quale sono stati installati quattro metal detector che hanno reso difficoltoso il passaggio di quanti volessero partecipare al comizio. Tuttavia, vi si sono riunite circa 1000 persone, cioè dieci volte di più rispetto a un anno fa, quando la stessa iniziativa aveva riunito solo circa 100 persone.
    Ancora ombra sull’indagine del disastro di Beslan: il lavoro degli inquirenti, come quelli della commissione creata da entrambe le camere del Parlamento, rimane avvolto da un velo di mistero. Tale riservatezza ha già comportato uno scandalo, quando i mass media hanno citato le parole di Arkadij Baskaev, un deputato della Duma di Stato e membro della Commissione, il quale ha ammesso che, durante l’operazione delle forze dell’ordine, per la liberazione degli ostaggi sarebbero state usate armi pesanti, come carri armati, lanciafiamme e lanciabombe. Visto che il deputato non ha concretizzato quando esattamente avrebbero avuto luogo tali fatti, i giornali hanno subito ipotizzato che siano state le stesse truppe ad eliminare la maggior parte degli ostaggi, perché, poi, “anche la gente lo dice”. Si può anche comprendere questa “gente”, cioè gli stessi abitanti di Beslan, molti dei quali stavano attorno alla scuola con fucili e mitra. In tale maniera cercano di togliersi di dosso la responsabilità della morte dei propri bambini (la sparatoria che aveva provocato la morte della maggior parte degli ostaggi era stata cominciata da quella parte in cui stavano proprio i “volontari” di Beslan). Un altro fatto appare opera rozza della propaganda ufficiale. Secondo quanto affermano i pubblici ufficiali, i terroristi che avevano occupato la scuola erano tossicodipendenti che prendevano eroina e morfina (forse questa notizia è stata fabbricata per demonizzare ancora di più i guerriglieri, ma è difficile che un uomo intossicato dalla droga sia in grado di controllare gli ostaggi e soprattutto di ingaggiar battaglia con reparti selezionati delle teste di cuoio, arrecando poi loro dei danni).
    Per ora, tutto sommato, come dopo il disastro del “Nord-Ost” (la presa del teatro in via Dubrovka ha compiuto, qualche giorno fa, 2 anni, ma questa data non ha richiamato attenzione né da parte della stampa, né del potere), l’unico comunicato ufficiale ha riferito che “l’attentato terroristico è stato programmato all’estero”, il che dovrebbe evidentemente giustificare l’impotenza dei servizi segreti in entrambi i casi.

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