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Numero 11(56)
Ancora sanzioni all’ Italia per malagiustizia

    Trecento sono state solo l’anno scorso le sentenze della Corte europea dei Diritti dell’uomo contro il nostro Paese.
    Sotto accusa è finito il processo civile caratterizzato da un’estenuante lentezza. Al tribunale di Strasburgo si rivolgono i cittadini europei che denunciano la violazione dei diritti loro riconosciuti dalla Convenzione dei Diritti dell’Uomo, sottoscritta a Roma nel 1950. I paesi membri del Consiglio d’Europa si impegnano a rispettare e garantire i diritti fondamentali delle persone. Non è però una Corte d’appello nazionale, che può annullare o modificare le sentenze in favore di chi ricorre. Tuttavia l’anno scorso l’Italia ha sborsato 33 miliardi di lire per la propria malagiustizia. Quasi sempre il motivo è l’eccessiva durata del processo. Insomma, la Repubblica italiana accetta di pagare poiché non è in grado di fornire il servizio giustizia in tempi ragionevoli. Qualcosa è stato fatto dal Parlamento italiano, per arginare questo fenomeno: è la legge 24 del 2001, la cosiddetta legge Pinto, dal nome del senatore che l’ ha proposta. Con tale legge si può presentare ricorso alla stessa Corte d’ appello, anziché a quella europea. I giudici italiani hanno quattro mesi di tempo per emettere il verdetto. Ma nel frattempo le Corti d’appello devono continuare ad occuparsi anche delle migliaia di altri procedimenti pendenti. E’ un eterno problema quello della giustizia italiana. Quando era primo ministro Andreotti, alcuni decenni fa, si parlava di riforma della Giustizia, del dovere della politica di affrontare questo problema spinosissimo; di dare dignità ad un comparto istituzionale, quello dei tribunali, perennemente in sofferenza. Ogni guardasigilli di turno ha affrontato tale questione, e sempre la risposta è stata la stessa: l’incapacità di mettere mano ad una radicale ristrutturazione del settore Giustizia. “Non ci sono i mezzi” - si diceva, oppure, - “abbiamo provveduto all’assunzione di centinaia di magistrati e migliaia di impiegati per lo snellimento delle pratiche”, e ancora – “stiamo informatizzando i tribunali in modo da accelerare le singole istruttorie”. Il vero problema sta in una riforma strutturale della Giustizia, che dovrebbe partire dalla revisione dei Codici. Ci sono leggi che risalgono al periodo del Regno Unito, e alle quali ancora si fa appello. C’è un problema Giustizia di fondo che fa dire alla Corte europea dei Diritti che l’Italia è il paese d’ Europa più aggiornato sul fronte legislativo, ma proprio a causa della mole di leggi che il Parlamento produce è paradossalmente intasato dalle stesse. Le riforme introdotte negli anni scorsi (giudice di pace, giudice monocratico, unificazione di Preture e Tribunali), hanno già dato qualche timido risultato positivo, che il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha registrato. L’attuale ministro della Giustizia, Castelli, si è scontrato di recente con magistrati e avvocati sulla questione carriere. E’ solo l’inizio di una partita che durerà a lungo ma che speriamo porti anche il settore Giustizia ad essere protagonista nella stagione di riforme che si vanno definendo.

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